L'evoluzione del lavoro femminile nell'economia

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Data: 19 Febbraio 2019 00:00

Incontro

L’evoluzione del lavoro femminile nell’economia
con Alessandra Zumthor, Andrea Giudici, Amalia Mirante e Maria Libotte

 Evento concluso!

Il lavoro femminile in Ticino (1902-1950)

Le prime agitazioni sindacali

MARIA LIBOTTE

Il Ticino di fine ‘800 vede molti uomini emigrare all’estero oppure oltralpe in cerca di lavoro. Sono soprattutto donne e giovani a lavorare i campi e molti di essi entrano progressivamente nelle fabbriche di seta per arrotondare il magro bilancio familiare.

La situazione cambia con l’apertura della linea ferroviaria del Gottardo (1882), che porta un aumento delle fabbriche presenti sul territorio e al ritorno graduale dei migranti.

La manodopera femminile è maggiormente rappresentata nei settori alimentare (tabacchi e cioccolato), dell’abbigliamento e orologiero, ma l’operaia media non è qualificata e quindi mal retribuita a confronto con un salario maschile.

Si vede infatti il suo impiego come una breve parentesi tra l’aiutare la famiglia ed il fondarne una nuova. Al lavoro in fabbrica si aggiungono spesso anche quello di contadina, casalinga e madre.

Per migliorare le condizioni di lavoro nelle fabbriche, il governo svizzero emana due leggi (1877, 1914) per regolamentare tra l’altro orari di lavoro, condizioni igieniche e di sicurezza, protezione di donne e giovani dai lavori più pesanti.

La loro applicazione in Ticino è incarico del segretariato operaio (1904), affidato alla Camera del Lavoro (CdL, sindacato di ispirazione socialista fondato nel 1902).

Sempre nel 1902 nascono le Leghe Operaie Cattoliche (LOC), associazioni operaie a scopo mutualistico, religioso e morale che insistono sulla necessità di un pluralismo sindacale. Il mercato del lavoro è infatti dominato dalla CdL, che lascia poco spazio alle opinioni contrarie.

È con lo sciopero generale svizzero (1918) che le LOC si accorgono che serve una migliore organizzazione: si fondono così nell’OCST (1919). Il nuovo sindacato conta sin da subito una forte presenza femminile con le sigaraie e le operaie del settore tessile a Lugano, Brissago e nel Mendrisiotto.Il primo dopoguerra è caratterizzato dalla crisi di riconversione dell’industria bellica: vi sono i primi scioperi, promossi dalla CdL, tra le sigaraie (1916 a Brissago, 1917 a Pedrinate e Chiasso) e le cioccolataie (1918 a Besso) per l’adeguamento dei salari al carovita.

Con lo sciopero generale delle sigaraie ticinesi (1920) vediamo CdL e OCST insieme per la prima volta alla testa di circa 1’400 sigaraie. C’è una certa rivalità tra i due sindacati: i socialisti ricorrono facilmente allo sciopero mentre i cristianosociali preferiscono la concertazione, nonostante le accuse di collaborare coi «padroni». In proposito, un esempio è la Compagnie Suisse di Besso: la fabbrica di cioccolato è una roccaforte socialista e la propaganda cristianosociale non riesce a penetrarvi.

Il segretario cantonale OCST finanzia allora l’apertura di una cucina operaia nei pressi (19201921) che ha il doppio scopo di offrire alle operaie dei pasti a prezzi modici e di reclutare nuove associate.

Durante gli anni ‘20 molte operaie si associano ai sindacati, ma sembra più in risposta ad una necessità immediata (pagamento di disoccupazione e indennità di sciopero) che per una presa di coscienza dei propri diritti sindacali. Molte socie lasciano infatti i sindacati alla prima minaccia di licenziamento e non esitano ad accettare condizioni lavorative peggiori pur di portare a casa qualche franco.

La situazione per l’OCST cambia drasticamente con l’arrivo del nuovo segretario cantonale, don DelPietro, un sacerdote leventinese con spiccate tendenze sindacaliste. Grazie al suo intervento, il numero di soci decuplica in cinque anni. DelPietro istituisce inoltre un segretariato femminile a Lugano (1933), coordinato da Ines Bernasconi, che si occupa della propaganda nelle fabbriche del Mendrisiotto.

La crisi però non è lontana: gli strascichi del crash di Wall Street colpiscono il Ticino tra il ‘35 e il ‘36, causando un gran numero di licenziamenti e un calo dei salari. La grande richiesta di sussidi di disoccupazione porta l’OCST vicina al tracollo finanziario, dal quale esce solo grazie ad un prestito straordinario concesso dal Vescovo. Davanti all’insufficienza delle prestazioni sociali nel far fronte alla crisi, don DelPietro cambia rotta e dichiara lo sciopero «un’esigenza di giustizia».

Il 1937 vede l’inizio della ripresa economica, seguita da un potenziamento dell’industria bellica a partire dal ‘39. La situazione permette ai sindacati di chiedere adeguamenti salariali e per l’OCST il primo grande successo in campo femminile è il contratto collettivo di lavoro (Ccl) con la fabbrica di biancheria Pietro Realini a Mendrisio (1938). È una buona propaganda per il sindacato femminile, che raduna così oltre 500 partecipanti al Convegno femminile cristianosociale organizzato poco dopo, sempre a Mendrisio.

L’esperienza si ripete nel 1943 quando parteciperà «qualche migliaio» di operaie. Un punto particolarmente degno di nota è la proclamazione dei Diritti della Lavoratrice: il diritto al lavoro salariato, il diritto per la famiglia, il diritto alla formazione professionale, il diritto a sane e dignitose condizioni di lavoro, il «diritto delle nostre anime», il diritto alla libertà sindacale, il diritto al CCL, il diritto di avere giustizia senza dover ricorrere alla forza e il diritto di collaborare all’organizzazione delle professioni.

Nonostante i successi, la crisi si fa sentire e nel 1941 c’è il primo sciopero femminile OCST presso la Beltex di Arzo (vedi immagine in copertina), seguito dalla Eigeman & Lanz., dalla Tessitura Mesolcina e Calanca di Grono (‘46) e di nuovo la Beltex (‘49).

Tutti riguardano il settore dell’abbigliamento e hanno lo scopo di ottenere un aumento salariale o (nell’ultimo caso) di impedire la chiusura della fabbrica; in alcuni si riesce a firmare un Ccl, mentre in altri il successo è solo parziale. Notiamo in ogni caso che, al primo segno di difficoltà economiche, la tendenza delle ditte è quella di risparmiare sugli operai, facendo ricadere su di loro buona parte delle perdite finanziarie.

In alcuni casi i padroni non riconoscono il ruolo d’intermediario dei sindacati e negano alle operaie il diritto di associarsi.Il voto alle donnePer concludere, in occasione della commemorazione del 50esimo del diritto di voto alle donne in Ticino, vorrei ricordare la favorevole posizione di don DelPietro al riguardo. Nel 1946 c’è un primo tentativo di mettere al voto il suffragio universale in Ticino e don DelPietro approfitta dell’occasione per pubblicare una dozzina di «Lettere a Crispinilla». Sono risposte – molto articolate – a una lettera (fittizia) in cui una donna si domanda la reale utilità del voto femminile.

Il segretario generale cerca di convincerla della necessità di votare. Fa lo stesso con i membri dell’OCST, ma i dirigenti non lo appoggiano. L’articolo conclusivo commenta il risultato negativo della votazione e mostra al contempo la convinzione del segretario cantonale che prima o poi si riuscirà a ottenere il suffragio universale.

L’evoluzione del lavoro femminile nell’economia

Il 19 febbraio scorso si è svolto a Lugano il primo incontro nell’ambito dei festeggiamenti per il centenario del nostro sin-dacato dedicato all’evoluzione del lavoro femminile nell’economia, organizzato da OCST donna-lavoro in collaborazione con la Commissione cantonale per le pari opportunità in occasione del cinquantesimo del diritto di voto alle donne.

Nel suo intervento Francesco Giudici, responsabile del settore società dell’Ustat, ha sottolineato come, a differenza di quello che accadeva in passato, ora esiste una sostan-ziale parità a livello formativo tra donne e uomini, anzi, è più alto il numero di donne laure-ate.

Fino alla fine della formazione e all’inizio dell’attività lavorativa esiste una sostanziale parità che si interrompe verso i trent’anni, con l’arrivo del primo figlio.

È a partire da questo momento infatti che si registra uno scarto sostanziale tra il tasso di attività maschile e quello femminile. Ci sono meno donne occupate e tra le occupate, la maggior parte lavora a tempo parziale. Dopo la maternità è tuttavia difficile rientrare nel mercato del lavoro, è infatti molto alto il numero di donne che si ritiene sottoccupata, che cioè vorrebbe lavorare di più, ma non ne ha l’occasione. Se tra le donne il tasso di tempi parziali è sostanzialmente costante, non cresce tra gli uomini. I

l Canton Ticino è il cantone in Svizzera con la percentuale più bassa di madri con almeno un figlio sotto i quattro anni attive sul mercato del lavoro (53%). La media svizzera è del 64%.

La partecipazione al mercato del lavoro delle madri è influenzata dal reddito e dal livello di formazione: questi due aspetti influenzano infatti il desiderio di rientro nel mercato del lavoro, ma anche le strategie di custodia dei figli.

Alessandra Zumthor, giornalista, ha portato la sua esperienza di donna e madre impegnata professionalmente in un ruolo di responsabilità. Il problema della conciliazione tra lavoro e vita professionale non può essere limitato alla discussione sulla custodia dei figli, non possiamo infatti dimenticare il punto di vista dei bambini. È importante introdurre in azienda le strategie che consentono a donne e uomini di partecipare maggiormente alla vita familiare.

Le aziende devono favorire la partecipazione delle donne al mondo del lavoro perché conviene: sono brave, sono preparate e la loro presenza migliora i rendimenti. «Quello che resta, e ho potuto sperimentare come direttrice, è il problema organizzativo che comunque vale la pena di affrontare», ha concluso. Evaristo Roncelli, dottorando, e Amalia Mirante, docente alla Supsi e all’Usi, hanno fatto il punto sulla disparità in Svizzera.

Nel nostro paese il tasso di attività e il grado di occupazione femminile è inferiore a quello degli uomini. Dall’analisi statistica emerge una disparità salariale pari quasi al 20%, che in certi settori raggiunge picchi del 30% e che aumenta all’aumentare dell’età.

Questi fattori, i cui effetti si sommano e si incrociano, fanno emergere un quadro di condizioni di impiego precarie, copertura sociale insufficiente, ostacoli alla formazione continua e alla carriera.

Alla base una concezione della divisione dei ruoli fuori e dentro la famiglia, del valore del lavoro femminile e della presenza delle donne nella vita pubblica che deve essere superata e che nelle nuove generazioni sembra attenuarsi. Ha concluso la serata l’intervento di Maria Libotte, storica, sul movimento sindacale fem-minile in seno all’OCST, che approfondiamo nell’articolo della pagina precendente.

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