Evento «Il sindacato dei prossimi cento anni»

Eventi conclusi
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Data: 11 Maggio 2019 09:30

Evento

Il sindacato dei prossimi cento anni

 

Evento concluso!

Il nostro sindacato compie il secolo di attività: un traguardo che ci riempie di orgoglio.

Renato Ricciardi

L’intero anno sarà costellato di eventi che ci consentiranno di conoscere meglio le persone e gli avvenimenti che hanno fatto dell’OCST quello che siamo oggi; ma ci proietteranno anche verso i prossimi cento anni con la certezza e la determinazione che avevano i membri del primo comitato che il 18 maggio del 1919 ha decretato l’inizio ufficiale della nostra storia.

Sul prossimo numero pubblicheremo il programma ufficiale degli eventi; tante occasioni che non devono servire per guardare indietro o all’interno dei nostri segretariati, ma essere un’opportunità per una nuova apertura verso il futuro e verso l’esterno.

Perché il sindacato non siamo noi, che vi veniamo incontro sui posti di lavoro o vi accogliamo nei nostri uffici, ma siete voi...

che aiutate un collega in difficoltà, che prendete coraggio e vi presentate dal vostro capo per annunciare che aspettate un bambino, che esigete che vi vengano pagate delle ore di lavoro, che con i colleghi decidete di chiedere l’istituzione di una commissione interna del personale nell’azienda per la quale lavorate, che non volete rinunciare al contratto collettivo di lavoro, che chiedete che il salario nel vostro settore venga alzato, che chiedete un maggiore sostegno per i disoccupati, che lottate per i vostri diritti, che pagate una quota associativa anche se oggi, per fortuna, va tutto bene, e in questo modo ci permettete di aiutare altri associati in difficoltà.

Voi che leggete il giornale «il Lavoro»! Voi che sapete che in tutto questo i sindacalisti OCST che vi vengono incontro sul posto di lavoro o vi accolgono nei nostri uffici possono darvi il loro sostegno e mettervi a disposizione le loro competenze.

Per i prossimi cento anni dobbiamo essere saldi in questa consapevolezza.

Il 4 maggio del 1957, mons. Luigi Del-Pietro, combattivo segretario cantonale dell’OCST per quasi cinquant’anni, scriveva a proposito del futuro dei sindacati:

«Sono state necessarie iniziative: discussioni, interventi, lotte e anche scioperi.

Sono state necessarie organizzazioni sindacali e sul piano nazionale, su quello cantonale e su quello locale o aziendale.

Sono stati necessari militanti entusiasti e devoti alla causa e infervorati nella solidarietà.

Sono stati necessari lavoratori e lavoratrici, giovani e anziani che seppero sacrificare del tempo, parte del loro denaro, qualche volta anche la propria personale posizione purché giustizia fosse fatta e ottenuta.

È stato necessario superare ostacoli enormi, non abbandonare la causa nei momenti di sconforto o di parziale ripiegamento, sperare, qualche volta, contro ogni speranza, raccogliere, spesso, frutti più per gli altri che per sé.

E nel prossimo futuro l’azione sindacale sarà ancora più necessaria. Perché deve e dovrà assumersi nuove responsabilità».

Il centenario, l’abbiamo detto, ci darà l’opportunità di parlare dei temi del futuro. Quali in particolare?

  • Torneremo certamente sulla questione dei salari. Sottolineeremo in particolare che in Ticino godiamo, e lo dico ironicamente, di livelli salariali fino al 17% inferiori rispetto alla media svizzera, ma il costo della vita certo non è inferiore. Prova ne è che i livelli degli affitti sono tra i più alti in Svizzera e che i premi di cassa malati applicati nel nostro cantone sono in assoluto i più alti.
  • C’è poi il tema della disoccupazione reale, in particolare di quella giovanile, e dell’assistenza, divenuta ormai uno sbocco per chi ha terminato il diritto alle indennità. Quali misure proporre per sostenere i giovani e i disoccupati di lunga durata? 
  • Infine il tema della precarietà, con un occhio analitico sul lavoro interinale. La nostra preoccupazione sarà quella di proporre misure concrete per garantire anche in futuro la necessaria sicurezza sociale e una flessibilità rispettosa dei tempi delle lavoratrici e dei lavoratori. Quest’anno ci sono anche altre ricorrenze: per esempio i cinquant’anni del voto alle donne nel nostro Cantone.

Per celebrare questo importante anniversario OCST donna-lavoro organizza un incontro che si svolgerà il prossimo 19 febbraio. Sarà l’occasione per approfondire un altro importante tema del quale l’OCST si occuperà nel corso dell’anno appena iniziato: la parità.

I nostri primi 100 anni>>

 

Interventi 11 maggio

 

Adrian Wüthrich, Presidente di Travail.Suisse e Consigliere Nazionale

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Egregi Signori Co-Presidenti.
Egregi Ospiti.
Care colleghe, cari colleghi.

100 anni di Organizzazione Cristiano-Sociale Ticinese! A nome di Travail.Suisse, quale organizzazione mantello dei lavoratori e delle lavoratrici, vorrei congratularmi con OCST per questo importante anniversario e porto i più calorosi saluti dal Berna federale.

Travail.Suisse è stata fondata nel dicembre del 2002 (duemiladue), ma l’organizzazione precedente, la Federazione svizzera dei sindacati cristiani (CNG), è stata fondata nel 1907 (millenovecentosette). Molto presto, i diversi sindacati cristiano-sociali del Canton Ticino sono entrati a far parte del CNG. Abbiamo dunque le stesse radici.

L’OCST, oggi, mantiene in Travail.Suisse una posizione importante che rappresenta quasi un terzo della nostra base. Con Travail.Suisse l’OCST ha una voce sul palcoscenico della politica nazionale. La distanza tra il Parlamento e il Ticino è ridotta proprio grazie all’adesione di OCST a Travail.Suisse. Quello che l’OCST realizza a livello cantonale, Travail.Suisse lo realizza a livello federale: difendiamo gli interessi dei lavoratori.

Consentitemi di menzionare brevemente tre sfide attuali:

La protezione dei salari in Svizzera è estremamente importante a causa della libera circolazione delle persone, specialmente in Ticino. Non possiamo quindi accettare che l’accordo quadro istituzionale possa danneggiare questa protezione salariale. I nostri negoziatori hanno sacrificato gli interessi dei lavoratori per ottenere concessioni dall’UE in altri ambiti. Il Consiglio Federale ha ancora l’opportunità di correggere questa impostazione. In caso contrario, i sindacati non sosterranno tale accordo. Sappiamo benissimo che con l’abrogazione della libera circolazione delle persone le misure di accompagnamento potrebbero scomparire e saremmo cosi confrontati con i vecchi problemi.

Se il prossimo anno appoggeremo in votazione popolare gli accordi bilaterali vorrà dire che sosterremo anche le misure di accompagnamento e quindi la protezione dei salari e delle condizioni di lavoro in Svizzera.

I sindacati membri di Travail.Suisse chiedono di risolvere i problemi presenti nel mercato del lavoro. Sebbene la situazione nel mercato del lavoro sia migliorata, sono necessarie misure concrete per i lavoratori più anziani. Su questo tema, infatti, all’inizio di maggio a Berna è stata organizzata una conferenza nazionale.

Travail.Suisse chiede un maggior impegno da parte del governo e dei datori di lavoro. Vogliamo più formazione continua anche per i lavoratori più anziani, un bilancio delle competenze a metà della vita lavorativa e per gli over 60 una rendita transitoria in modo tale da evitare di dover far capo al sostegno sociale.

Le deregolamentazioni nel mondo del lavoro sono perciò sbagliate. Noi lotteremo insieme contro le modifiche legislative che comporteranno un aumento delle ore di lavoro, contro le pressioni sul posto di lavoro e l’indebolimento della protezione della salute dei lavoratori.

La politica in favore della famiglia è sempre stata importante per il nostro movimento sindacale. Insieme a OCST abbiamo presentato l’iniziativa popolare federale per un congedo paternità di quattro settimane. È probabile che ciò che abbiamo già raggiunto in molti contratti collettivi di lavoro sarà confermato entro la fine di settembre nella legge grazie alla nostra iniziativa: il Parlamento infatti potrebbe approvare un congedo paternità di due settimane. Non sono le quattro settimane che rivendichiamo, ma siamo sicuri che l’anno prossimo i cittadini ci sosterranno.

Anche per Travail.Suisse vale la massima “Per un’economia che valorizzi il lavoro”. Ringrazio l’OCST per il solidale sostegno nel corso di tutti questi anni. Combattiamo insieme anche per il futuro!
Mi unisco al Prof. Alberto Gandolla e anche io dico che ”il 2019 (duemiladiciannove) è l’anno del centenario del sindacato cristiano-sociale ticinese, che deve affrontare con rinnovato vigore sempre nuove problematiche sociali”. E aggiungo: “...con Travail.Suisse”.

Grazie.  

 

L’uomo prima del lavoro - La nascita dell’Ocst (1919)

 

Alberto Gandolla

L’uomo prima del lavoro>>

 

Anna Biondi - ViceDirettrice Ufficio per le attività dei Lavoratori (ACTRAV), Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL)

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

All’inizio del mio breve intervento mi fa piacere salutare le personalità presenti:

S.E. Mons Valerio Lazzeri, Vescovo di Lugano,

On. Marina Carobbio, Presidente del Consiglio Nazionale,

Bruno Ongaro, Presidente OCST,

Adrian Wüthrich, Presidente Travail Suisse, alla quale la OCST é affiliata,

Renato Ricciardi, Segretario Cantonale OCST,

Aldo Ragusa, Segretario Amministrativo OCST

Cari amici, care amiche,

é con molta gioia che ho accettato di parecipare al centenario del vostro sindacato, visto che quest’anno noi stessi all’Organizzazione Internazionale del Lavoro, prima agenzia riconosciuta dalle Nazioni Unite in quanto la sola ad essere sopravvissuta alla Società delle Nazioni, festeggiamo i cento anni di vita: abbiamo preparato un percorso lungo tutto l’anno, ma certamente sono i mesi fra aprile e maggio, come per la vostra organizzazione, ad essere stati cruciali in quell’anno in cui l’Europa si risvegliava lacerata e dolente dal primo conflitto mondiale.

La vostra iniziativa arriva anche pochi giorni dopo la celebrazione del Primo Maggio, festa di san Giuseppe Lavoratore: so che quest’anno una delegazione importante ha avuto la gioia di incontrare Papa Francesco a San Pietro ed é proprio Papa Francesco, attraverso l’Enciclica Laudato Si, che ci ha spinto a trattare delle sfide proprie del nostro tempo in modo integrato: quella dello sviluppo sostenibile e quella di garantire un futuro dignitoso per il lavoro.

Pensiamo alla citazione davvero interessante della  Laudato sì, che ribadisce un’importante verità: «Siamo chiamati al lavoro [...]. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale» (n. 128).

Se guardiamo alla nostra storia, risulta evidente che le origini dell’OIL non sono solo strettamente collegate in modo solo temporale alla vostra nascita, ma il legame profondo é alla dottrina sociale della Chiesa, a partire dalla Rerum Novarum fino ad oggi. Questo intreccio storico e comunanza di valori costituiscono un ottimo punto di partenza per cercare di rispondere insieme alle questioni inerenti al futuro del lavoro.


Fin dagli albori dell’Organizzazione, la missione dell’OIL è stata quella di promuovere la giustizia sociale. Oltre predicare la giustizia, tutte le fedi riconoscono il valore del lavoro: questo é anche uno sprone a riconoscere l’importanza di costruire alleanze per lavorare insieme alla realizzazione dei valori condivisi.

 Il nesso fra giustizia sociale, pace e il valore del lavoro é la base della nostra Costituzione e molti possono citare a mente dei passi, per esempio il principio che “il lavoro non é una merce”, che riflette il cuore della connessione di sviluppo economico, giustizia sociale, valore del lavoro per la persona e per la società, dignità e rispetto.

L’OIL ha lanciato una riflessione sulle proprie capacità di promuovere e accrescere la sua vocazione alla giustizia sociale, in circostanze particolarmente complesse, con il mondo del lavoro che si trova a fronteggiare crisi interconnesse e un intenso processo di cambiamento, con una complessità senza precedenti.

La prima crisi è quella dello sviluppo sostenibile, che include tutte e tre le dimensioni dello sviluppo: quella economica, quella sociale e quella ambientale.

Il sistema economico globale é incapace di fornire un lavoro di qualsiasi tipo a circa 200 milioni di persone, con una dimensione particolarmente preoccupante per i giovani: chi ha meno di 25 anni ha una probabilità tre volte maggiore rispetto agli adulti di non trovare un’occupazione.

Questi dati, comunque, non catturano la vera natura della crisi occupazionale se non si considera la dimensione qualitativa. Ci sono 168 milioni di bambini che lavorano, 21 milioni di persone che vivono in condizioni di lavoro forzato o di schiavitù, e c’è la drammatica situazione del lavoro informale.

Nei paesi in via di sviluppo, quasi la metà dei lavoratori opera in condizioni di completa informalità e ciò risulta in situazioni di marcata vulnerabilità se non di vero e proprio sfruttamento.

Quello che é piu’ preoccupante é che si ha l’impressione che il persistere della crisi sociale ed economica globale non sia in cima all’agenda politica sia nazionale che internazionale.

Si assiste pertanto, come aveva indicato il Direttore Generale dell’OIL Guy Ryder nell’incontro in Vaticano sulla Laudato Si, ad una crisi ancora piu’ profonda, quella dei valori.

Queste due crisi non sono indipendenti e non è una coincidenza che si presentino insieme: una è conseguenza dell’altra.

Sterilizzando l’agenda politica internazionale, togliendo ogni riferimento ai valori per far fronte alla visione tecnocratica dell’operatività dei mercati e del loro bisogno di maggiore efficienza, la classe politica sembra stia perdendo di vista l’obiettivo stesso che le politiche dovrebbero perseguire: crescita dell’estremismo, degli episodi di xenofobia e di disattenzione nei confronti del prossimo. È una situazione che richiede una risposta urgente da parte nostra.

Si prenda anche per esempio il dibattito sulle nuove tecnologie : la tecnologia dovrebbe essere uno strumento di liberazione e di emancipazione finalizzato al raggiungimento del benessere collettivo e al servizio del progresso delle nostre società; una via per raggiungere l’obiettivo del bene comune; invece spesso crea un timore e una situazione di pericolo proprio per i posti di lavoro che saranno o soppressi o alienati da diritti in precedenza acquisiti.

Per tutto questo, é necessario ribadire l’importanza sia delle norme internazionali del lavoro, che diventano realtà concreta per i lavoratori e le lavoratrici attraverso la ratifica delle Convenzioni internazionali del lavoro.

E’ chiaro che la ratifica non basta, ma é anche chiaro che i governi possono indicare un rinnovato impegno verso la giustizia sociale attraverso impegni concreti.

Per esempio, l’OIL ha invitato tutti i governi del mondo a ratificare almeno una Convenzione nell’anno del centenario e speriamo che la Svizzera faccia la sua parte.

La Svizzera ha ratificato tutte le Convenzioni fondamentali e quasi tutte quelle che si riferiscono alla Governance: manca la Convenzione 129 sulla ispezione del lavoro in agricoltura: visto che questo Paese é tanto attento (e a ragione!)  a mantenere anche un equilibrio fra mondo rurale e non, ci parrebbe che la considerazione di questo strumento possa essere di molta attualità.

Ci sono poi le Convenzioni cosidette tecniche, che si riferiscono a questioni specifiche del mondo del lavoro. A questo proposito é molto incoraggiante che la Svizzera abbia ratificato velocemente la Convenzione 189 sul Lavoro domestico, dando una protezione a lavoratori spesso marginalizzati nel mercato del lavoro.

Si tratta di una stima di oltre 50 milioni di persone, soprattutto donne, molto spesso migranti, che sono quasi sempre invisibili nel mondo del lavoro e che spesso non vengono considerati come lavoratori da coloro per i quali lavorano.

Con l’adozione della Convenzione n. 189, l’OIL ha fornito un quadro giuridico internazionale per il riconoscimento dei diritti di questi lavoratori, e questo fa la differenza. 

La recente Commissione Mondiale sul Futuro del Lavoro, che ha presentato in gennaio le sue conclusioni, ha anche sottolineato la necessità per i costituenti dell’Ilo (governi, sindacati e datori di lavoro) di affrontare (di nuovo o per la prima volta) le questioni del nuovo mondo del lavoro del futuro: includere fortemente i lavoratori al di  là del campo classico dell’industria, ovvero i lavoratori rurali, quelli che prestano servizi, il lavoro di cura, rilanciare i servizi pubblici di qualità, fare in modo che le imprese che lavorano su una filiera internazionale si impegnino davvero ad assicurare diritti ai lavoratori lungo tutta la catena di produzione.

E’ anche molto importante che l’Organizzazione internazionale del lavoro abbia riaffermato l’importanza dei diritti fondamentali: che il lavoro non sia mai basato sulla schiavitu’ o il lavoro forzoso, che non ci debba essere discriminazione o lavoro minorile, ma soprattutto, come diritti che permettono di acquistare gli altri diritti, che il lavoratore abbia sempre la libertà sindacale, di associazione, e che ci possa essere la contrattazione collettiva.

In varie parti del mondo c’é sempre il tentativo di cancellare la libertà sindacale e la contrattazione collettiva, mentre sappiamo bene che sono i contratti pubblici e privati a rimanere lo strumento primario di solidarietà e difesa dei diritti nel lavoro.

Certo si tratterà anche di aggiornarne molti aspetti al fine di creare una vera consultazione inclusiva e sociale, nei luoghi di lavoro e nel territorio, includendo appunto le trasformazioni tecnologiche di cui si diceva prima, ma c’é l’urgenza di trovare risposte vere e nuove per tutti, in particolare per i giovani lavoratori e lavoratrici, che devono poter partecipare in prima persona alla costruzione di politiche e di accordi che li vedano protagonisti.

Siamo a solo quasi un mese dalla Conferenza Internazionale del Lavoro che a Ginevra, come ogni anno da cento anni, chiamerà a raccolta governi e partners sociali per discutere di come migliorare la nostra azione verso le necessità dei lavoratori e le lavoratrici del mondo.

Quest’anno speriamo anche di poter adottare, tutti insieme, una Dichiarazione del centenario che – pur mantenendo immutati i principi fondanti della Costituzione, sia nel suo Preambolo che nella Dichiarazione di Filadelfia – possa indicare le nuove sfide da raggiungere, non solo accontentarci del lavoro svolto.

Credo che anche il vostro sindacato stia facendo una riflessione simile: si festeggiano i cento anni e gli importanti risultati raggiunti soprattutto per guardare avanti a quello che resta da fare nel nostro cammino.

Vorrei chiudere ricordando come nel 2000 Papa Giovanni Paolo II durante il Giubileo dei lavoratori lanciò un appello per la creazione di una coalizione mondiale a favore del lavoro dignitoso. Tanto si é fatto , ma abbiamo ancora una straordinaria opportunità di raggiungere i valori e degli obiettivi che condividiamo.

Vi auguro di cuore di continuare ancora a trovare energie e idee innovative per una sempre maggiore partecipazione di lavoratrici e lavoratori, giovani e meno giovani, pensionati, del servizio pubblico o dell’industria o dei servizi, che vogliano partecipare attivamente alle iniziative del sindacato OCST per realizzare insieme i vostri obiettivi di libertà e dignità nel lavoro, di tutela dei diritti fondamentali che includono anche la salute e la sicurezza, un salario adequato, la possibilità di gestire tempo di lavoro e tempo per la famiglia e lo svago, la sicurezza sociale, la formazione continua dall’educazione di base di qualità alla formazione durante gli anni di lavoro e fra lavori diversi.

Le sfide sono molte, sia per l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, sia per il movimento sindacale: ma sappiamo bene che non ci si puo’ arrendere ad una visione di società che tratta il lavoro come merce, come si era detto avanti, e che impegnarsi per il lavoro dignitoso in definitiva significa anche impegnarsi per una società davvero democratica e dove si costruisce la convivenza pacifica e il bene comune.

Auguri dunque per i vostri cento anni e per lo meno altri cento a venire!

 

Bruno Ongaro - Presidente del sindacato OCST

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Generazioni di sindacalisti al servizio dei lavoratori

Il sindacato OCST è nato per difendere i lavoratori, in un momento di forte crisi, nel segno della dottrina sociale della Chiesa. Si è sviluppato a partire dagli anni Trenta grazie all’opera di molte persone di grande valore, sindacalisti che hanno dedicato la loro intera vita al movimento, e attivisti che hanno spesso messo a rischio la loro sicurezza lavorativa.

Motore e anima del movimento è stato indubbiamente Monsignor Luigi Del-Pietro che con un gruppo di giovani sindacalisti, sguinzagliati in ogni parte del Cantone e totalmente dediti alla causa, è riuscito a creare un'organizzazione che nei decenni è diventata la più grande centrale sindacale ticinese.

Non voglio in questa sede citare il lungo elenco dei molti segretari sindacali che si sono succeduti in tutti questi anni alla guida delle varie sedi regionali contribuendo a consolidare e a far diventare grande l'Organizzazione cristiano-sociale ticinese. Molti di questi ho avuto il piacere di conoscerli di persona. Tra quelli del gruppo, diciamo fondatore, oltre a Monsignor Del-Pietro, del quale ho sempre apprezzato la determinazione e la competenza, mi piace ricordare Natale Rossi-Bertoni, il primo sindacalista OCST con il quale entrai in contatto.

La crescita del nostro Cantone ha attirato anche numerosi lavoratori stranieri che si sono stabiliti qui da noi dando un contributo allo sviluppo economico e sociale del nostro paese e andando a ingrossare le fila del nostro sindacato. Tra questi, con largo anticipo su ondate successive, anche mio padre che raggiunse il Ticino poco dopo la fine della seconda guerra mondiale. Da allora la mia vita è un po' sempre stata legata all’OCST.

In età giovanile con i soggiorni nelle nostre colonie estive, poi nel sindacato di polizia e in vari ruoli dirigenti dell'Organizzazione fino a diventarne presidente; ruolo che cerco di svolgere con umiltà consapevole delle forti personalità che mi hanno preceduto. Tra queste Francesco Masina e Camillo Jelmini, ma anche il mio carissimo amico Romano Rossi.

In tutti questi anni il sindacato ha saputo evolversi. L'aumento del numero di associati è avvenuto in contemporanea alla crescita economica in un percorso che ci ha visti impegnati a migliorare le competenze dei nostri collaboratori per permettere loro di soddisfare al meglio le richieste dei nostri associati.

L'attività del sindacato sarà totalmente diversa da quando è nato. 

Ciò che dovrà però rimanere immutato è lo spirito di solidarietà, di camerateria e di comprensione delle persone e dei loro problemi. I valori cristiani dovranno continuare ad indicarci la via, a guidare le decisioni del sindacato, a motivare la nostra azione nel rispetto della persona.

 

Giorgio Soldini - Municipale Bellinzona

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Signor Presidente Cantonale, Caro Bruno,

Signor Segretario Cantonale, Caro Renato,

Signora Presidente del Consiglio nazionale, On. Marina Carobbio Guscetti

Autorità civili e religiose,

Care lavoratrici, cari lavoratori,

Gentili signore, egregi signori,

A nome del Municipio di Bellinzona ho il piacere di portare il saluto dell’autorità cittadina a questa importante ricorrenza dell’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese. Lo faccio volentieri in duplice veste: la prima in qualità di Municipale di riferimento dei Servizi sociali, attento ai bisogni della gente, dei lavoratori e degli anziani rispettivamente per il fatto di essere socio attivo di questa organizzazione.

Storicamente l’impulso più importante alla modernizzazione del Ticino giunge dalla realizzazione, nel 1882, della linea ferroviaria attraverso il massiccio del Gottardo. Proprio grazie alla Gottardbahn, l’agricoltura e la pastorizia – da sempre attività principali nel Cantone – iniziano a declinare, mentre nascono alcune fabbriche e il turismo muove i suoi primi passi. Anche l’associazionismo operaio nasce in quegli anni.

Le prime piccole società operaie sono essenzialmente basate sulla solidarietà e sul mutuo soccorso, ma grazie alle esperienze ed alle conoscenze degli operai stranieri e degli emigranti ticinesi, giunti o tornati in Ticino proprio per lavorare sul grande cantiere ferroviario, sul finire dell’Ottocento nascono i primi sindacati di ispirazione socialista. Gli operai cattolici invece, attesero ancora qualche anno prima di dar vita all’Organizzazione cristiano sociale: fino al 18 maggio 1919 per la precisione, quando l’OCST è fondata proprio a Bellinzona.

Nei suoi primi anni di vita – che sono anche quelli della prima Guerra mondiale – l’OCST mantiene un carattere mutualistico. Poco per volta però, anche grazie all’indubbio carisma di don Luigi Del Piero (incaricato dal vescovo Aurelio Bacciarini di dirigere l’organizzazione), si trasforma in un sindacato ispirandosi con costante coerenza alla Dottrina sociale della Chiesa. Una sfida di non poco conto quella affrontata in quegli anni dall’OCST perché ha dovuto confrontarsi da una parte con l’ostilità di altri sindacati e, dall’altra, con buona parte del padronato – anche quello di ispirazione cattolica – poco incline ad accettare le rivendicazioni sociali avanzate da una organizzazione legata alla chiesa.

L’OCST però ha saputo ritagliarsi la propria credibilità, sia fra i lavoratori e le lavoratrici, sia nel padronato. Una credibilità che è anche figlia della capacità del sindacato di ristrutturarsi e di ricalibrare le proprie attività per far fronte ai repentini cambiamenti dell’economia di un Cantone di frontiera come il Ticino.

Ciò che invece sembra identico da un secolo a questa parte, è la volontà dell’OCST di utilizzare sapientemente tutti e tre gli strumenti a sua diposizione per difendere ed aiutare le lavoratrici ed i lavoratori: il dialogo, la mobilitazione e – quando necessario – la lotta.

Credo, e penso di non sbagliare, dicendo che tutto il Canton Ticino deve esprimere riconoscenza e gratitudine per il costante impegno di OCST.

Con un certo orgoglio e una celata commozione, proprio perché convinto associato di questa importante Organizzazione sindacale così, come prima di me lo fu mio padre Vincenzo, mi fa piacere testimoniare oggi gli auguri di “buon 100esimo compleanno” all’Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese nella Città, la mia, che diede i natali ad essa.

Tanti auguri, cara OCST...

 

On.Marina Carobbio Guscetti - Consigliera nazionale

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Centenario dell’OCST - Discorso

Egregio Segretario cantonale Ricciardi, caro Renato

Egregio Presidente del Consiglio esecutivo Ongaro,

Gentili Signore, egregi Signori

Cent’anni fa si teneva lo sciopero generale: 250'000 lavoratrici e lavoratori hanno interrotto il loro lavoro per manifestare per l’introduzione dell’AVS, il diritto di voto per le donne, la settimana lavorativa di 48 ore e nuove elezioni con il sistema proporzionale. Le famose nove rivendicazioni del comitato d’azione di Olten sono state le linee guide che hanno accompagnato la sinistra e gli ambienti attenti ai bisogni sociali nelle sue lotte per tutto il 20esimo secolo.

Un’enorme mobilizzazione popolare che chiedeva dignità e diritti: è proprio sull’onda di questo evento che è nato il sindacato OCST, che si contraddistingue tuttora per il suo prezioso impegno per questi valori.

Molte di queste rivendicazioni dello sciopero generale sono state nel frattempo implementate, anche se in alcuni casi ci sono voluti decenni di battaglie e più tentativi per superare lo scoglio popolare. In ambito di diritti del lavoro, ma anche sicurezza sociale e parità di diritti si è raggiunto moltissimo dal 1918, ma allo stesso tempo resta molto da fare. A partire dagli anni novanta, sotto la spinta neoliberalista che si è diffusa come una macchia d’olio investendo anche la Svizzera, si sono messi in dubbi molti diritti che sembravano acquisiti e venivano dati per scontati.

Un esempio su tutti è il tempo di lavoro: la settimana lavorativa di 48 ore era come detto una delle rivendicazioni principali dello sciopero generale, poi rapidamente implementata e diminuita ulteriormente nei decenni successivi, fino al raggiungimento delle attuali 41 ore.

Con l’avvento della digitalizzazione e l’accresciuta produttività, che comporteranno la scomparsa di interi settori professionali e permetteranno alla tecnologia di sostituirsi al dipendente in molti ambiti per risparmiare sui salari, si sentono voci importanti che chiedono una maggiore flessibilizzazione del mondo e del tempo di lavoro con il rischio di una società sempre più precaria.

Eppure la cosiddetta rivoluzione digitale o 5.0 necessità di un chiara responsabilità sociale che permetta di regolare e dare delle garanzie ai rapporti di lavoro incerti o precari dal punto divista salariale e della sicurezza sociale. La protezione delle lavoratrici e dei lavoratori e delle condizioni di lavoro deve essere garantita anche per chi lavora con piattaforme digitali, nel cosiddetto crowdwork.

Altre sfide che dobbiamo affrontare è la mancanza di prospettive professionali per i giovani, sempre più spesso costretti a fare mesi e mesi di stage sottopagati nella presenza di venir assunti o che faticano a trovare posti d’apprendistato adeguati. Ma anche il problema del reinserimento professionale dei disoccupati over 50enni, nonché quello delle donne licenziate dopo la maternità, sono sempre più diffusi.

Un tema urgente è certamente quello della parità salariale e della necessità di mettere fine alle discriminazioni di genere. Ecco perché tutte quelle donne, dei sindacati ,di collettivi e associazioni che stanno organizzando le manifestazioni e lo sciopero del 14 giugno prossimo hanno un ruolo così importante.

In Ticino siamo purtroppo particolarmente esposti alle conseguenze negative della libera circolazione, soprattutto per quanto riguarda la pressione al ribasso sui salari. Da una parte abbiamo i salari più bassi di tutta la Svizzera, dall’altra i premi di cassa malati crescono esponenzialmente anche nel nostro Cantone e pure gli affitti hanno ormai raggiunto la media svizzera, facendo sì che sempre più persone fanno fatica ad arrivare alla fine del mese.

La risposta a questa precarizzazione non deve essere quella di chiudersi su sé stessi o mettere i lavoratori gli uni contro gli altri, prendendosela magari con chi viene in Svizzera in cerca di lavoro quando semplicemente anche loro delle persone che cercano di pagare le proprie bollette e di vivere con dignità – l’unica differenza rispetto a molti precari ticinesi è il loro domicilio. La risposta deve invece essere quella che voi, come sindacalisti OCST, cercate ogni giorno di dare, battendovi per un mercato del lavoro con condizioni e salari giusti, sostenendo i vostri 40'000 associati a far valere i propri diritti, denunciando gli abusi che incontrate sul territorio.

Ma la risposta deve anche venire dalla politica, implementando per esempio finalmente il volere popolare espresso nell’approvazione dell’iniziativa “Salviamo il lavoro in Ticino” nel giugno nel 2015.

Sono passati quasi quattro anni, ma l’introduzione di un minimo salariale dignitoso, che permetta di vivere senza aiuti statali, si fa ancora attendere. Un giusto minimo salariale, accompagnato da ulteriori regolamentazioni delle condizioni di impiego e controlli contro gli abusi, migliorerebbe finalmente la situazione dei numerosi lavoratori e lavoratrici precari del nostro Cantone.

Un altro tema estremamente attuale a livello federale è l’accordo quadro: pur trovando fondamentale continuare e rafforzare la nostra via bilaterale con l’Unione europea, il raggiungimento di un accordo non può avvenire a scapito delle misure di accompagnamento, che sono fondamentali per attuare quelle conseguenze negative della libera circolazione di cui parlavo prima e che sono misure che andrebbero quindi invece rafforzate.

Ma la risposta deve però anche venire da tutti e tutte noi, riconoscendo il ruolo centrale dei sindacati. Ecco perché vi auguro altri cent’anni di impegno per una società più giusta: grazie OCST, il Ticino ha bisogno di voi!

 

Meinrado Robbiani - Segretario cantonale OCST dal 1987 al 2016

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Nel guado tra la terza e la quarta rivoluzione industriale

Introduzione

Quello che l’OCST festeggia è qualcosa di più di una ricorrenza a carattere commemorativo.

100 anni di impegno sul fronte del lavoro e della giustizia sociale legittimano innegabilmente soddisfazione ed anche fierezza; meritano l’evento festoso di oggi così come le iniziative rievocative in agenda.

Il momento nel quale viene a cadere conferisce però a questo anniversario una portata, che ingloba sì la dimensione commemorativa, ma la oltrepassa tangibilmente.

Usando una terminologia che ha il difetto di privilegiare l’aspetto tecnologico ma che possiede il pregio dell’espressività e della sintesi, questo anniversario si colloca infatti nella fase di passaggio dalla terza rivoluzione industriale alla quarta. Una fase cruciale che gli attribuisce uno spessore più denso.

Tra la terza e la quarta rivoluzione industriale

Il periodo della terza rivoluzione industriale - periodo di affermazione dell’informatica e delle sue diramazioni - ha coinciso con trasformazioni epocali quali in particolare:

  • una globalizzazione senza regole, che ha consentito ai grandi poteri di colonizzare il mercato mondiale ma che, dissolvendo lo spazio nazionale come area di riferimento per il cammino dell’economia, ha nel contempo esposto le PMI ad una concorrenza devastante scaricatasi immancabilmente sui lavoratori;
  • un settore finanziario che, tradendo la sua missione originale (raccogliere il risparmio e convogliarlo verso investimenti creatori di ricchezza), si è buttato a capofitto verso attività speculative che hanno contagiato la stessa economia reale trascinandola del resto in crisi che stiamo tuttora pagando;
  • l’entrata in scena delle nuove tecnologie che oltre ad avere favorito la globalizzazione si sono incuneate in ogni spiraglio della vita economica e sociale modificando tra l’altro la natura del lavoro e la sua organizzazione;
  • l’avanzata del settore dei servizi che non solo ha sorpassato il settore secondario ma vi si è anche incuneato con attività che stanno a monte e a vale della produzione in senso stretto;
  • nel nostro contesto territoriale, il varo di una gestione dell’immigrazione improntata alla libera circolazione della manodopera che ha portato alla luce un carente ordinamento legale a protezione dei lavoratori in rapporto al nuovo regime migratorio.

Il lavoro ne è uscito scosso ed anche sfregiato. Si è frammentato in vari statuti, molti dei quali - in nome di una flessibilità a senso unico - a carattere precario; la disoccupazione è diventata una piaga cronica; una pressione asfissiante sui salari ne ha decretato una stagnazione prolungata; i ritmi e i carichi di lavoro sono esplosi.

Le lacerazioni del lavoro si sono immancabilmente trasmesse alla sfera sociale, contaminata da una diffusa insicurezza, da disuguaglianze urtanti, da una povertà che nemmeno l’esercizio di un’attività professionale riesce sempre a scongiurare (working poor).

Non è che tra le nubi che hanno oscurato il lavoro non si sia aperta anche qualche chiazza di sereno. Numerose attività si collocano nel campo della conoscenza, dove le competenze del lavoratore trovano un fertile e ricettivo terreno di affermazione; molti servizi ruotano attorno ad una relazione diretta tra lavoratore e utente che arricchisce l’attività lavorativa di uno spessore umano inedito. Sono spiragli promettenti che sovente cozzano tuttavia ancora contro un’organizzazione del lavoro che li inibisce.

La quarta rivoluzione industriale propone un ulteriore imponente salto tecnologico, trainato dalla digitalizzazione nelle sue variegate declinazioni: intelligenza artificiale, robotica, big data, internet delle cose, stampa additiva, bioingegneria… Un balzo della tecnologia che modificherà in profondità il modo di lavorare, di vivere, di comunicare, di organizzare la vita collettiva.

Si apriranno opportunità affascinanti ma anche pericoli di asservimento e di arretramento sociale. Non è casuale che, per quanto riguarda il lavoro, già si intravvede lo spettro di una significativa cancellazione di impieghi, dell’incremento di forme precarie di lavoro, dell’incursione massiccia del tempo lavorativo in quello libero, di forme sofisticate di controllo sui lavoratori. In ambito sociale già si prospetta e si teme un’ulteriore accentuazione delle disuguaglianze. Non è fortuito che viene avanzata sempre più sovente l’ipotesi di un reddito universale di cittadinanza; un’idea che si arrende inaccettabilmente ad una ripartizione iniqua del lavoro e della ricchezza.

Una duplice direzione di riflessione

Quello che ricordiamo oggi è perciò un anniversario che incita

  • da un lato, partendo dagli imponenti cambiamenti prodottisi negli scorsi decenni, a vagliare le risposte messe in atto dal sindacato. E non sono poche (nel campo contrattuale, in quello del mercato del lavoro, nei servizi ai lavoratori, sul terreno politico e legislativo); risposte che offrono spunti e indicazioni preziose per incamminarsi verso il futuro e affrontarlo più attrezzati;
  • dall’altro, a tentare di intuire e decifrare gli ulteriori cambiamenti che trasformeranno il mondo del lavoro e la stessa sfera sociale, per abbozzare sin d’ora la futura direzione di marcia.

Impossibile mettere mano ad un simile esercizio in questa sede. Mi limiterò perciò ad alcuni cenni puntuali, forzatamente incompleti e di carattere generale, prendendo spunto da una annotazione che mi è balzata all’occhio in una recente pubblicazione di un noto studioso (Yuval Noah Harari, “21 lezioni per il XXI secolo”). Vi afferma grosso modo che:

“I filosofi sono persone molto pazienti, gli ingegneri lo sono assai meno, gli investitori per nulla”

Dalla parte dei filosofi

I filosofi sono pazienti perché hanno uno sguardo sulle cose che, in orizzontale, spazia su un arco temporale esteso e, in verticale, mira a sondarne le radici. Sono infatti alla ricerca del senso autentico e duraturo delle cose, ben al di là delle loro increspature e mutazioni di superficie.

Di fronte alle odierne prospettive tecnologiche, il sindacato non po' che riconoscersi simbolicamente nei filosofi e stare dalla loro parte. Innestato su valori etici intramontabili non può che schierarsi con chi intende dare un senso al cammino della tecnologia e dell’economia, imprimendo loro una direzione di marcia orientata alla crescita del bene comune, ad un benessere diffuso.

Accostando gli ingegneri

Gli ingegneri sono assai meno pazienti. Sono presi nell’ingranaggio di una progressione incalzante e rapida della tecnologia; una sorta di moto perpetuo, che si impone come ineluttabile nei suoi ritmi e nei suoi indirizzi. La debole pazienza degli ingegneri li rende complici di un determinismo tecnologico che evita di porsi interrogativi, soprattutto se etici o sociali.

Il sindacato chiede al contrario che non sia la tecnologia a dettare ritmi e direzione; che la tecnologia sia ricondotta alla sua natura di strumento al servizio delle persone, dei lavoratori, della comunità. Da questo profilo, nel cantiere della digitalizzazione il sindacato deve rivendicare un ruolo partecipe. Si tratta, nel suo campo specifico, di partecipare a riprogettare in particolare il rapporto uomo-macchina affinché la tecnologia sia un complemento, un rafforzamento dell’azione dell’uomo e non un suo sostituto. Si tratta anche di riprogettare l’organizzazione del lavoro facendo in modo che le potenzialità della tecnologia si congiungano armoniosamente con l’apporto creativo dei lavoratori.

Contrastando gli investitori

Gli investitori non hanno pazienza. Perseguono i massimi rendimenti nel minor tempo. Più che il destino di lungo termine dell’impresa, al quale il lavoro concorre in modo decisivo, a contare è il rendimento immediato, che è frutto di alchimie finanziarie più che di valorizzazione del lavoro.

Il confronto e lo scontro tra il capitale e il lavoro, già acuitosi negli scorsi decenni, tenderanno ad aggravarsi ulteriormente. La digitalizzazione vi aggiungerà del suo. Consoliderà forme di impresa sfuggenti ad una regolamentazione negoziata (si pensi alle piattaforme, all’uberizzazione del lavoro). Tenderà inoltre a lievitare il rischio che i lavoratori vivano di transazioni discontinue - e perciò precarie - con le imprese invece che di una relazione stabile e duratura (ciò che renderà d’altronde più ardua l’aggregazione e mobilitazione dei lavoratori). Tutto questo in contrasto con una accresciuta necessità di regolare le condizioni lavorative anche con norme nuove norme riguardanti aspetti quali: gestione del tempo di lavoro, tutela della privacy, formazione continua, conciliazione lavoro-famiglia, tutela della salute, partecipazione alla vita dell’impresa… Ci si dovrà battere affinché le imprese siano sì innovative ma grazie in primo luogo alla valorizzazione delle competenze dei lavoratori; siano sì aperte al mercato internazionale ma con una forte identità territoriale e in dialogo con le istituzioni locali.

Attualità del sindacato

Malgrado la loro brevità, questi cenni avvalorano una costatazione ed un paio di considerazioni aggiuntive.

In primo luogo confermano l’attualità del sindacato. E’ di invariata attualità poiché:

  • il lavoro rimane decisivo per la persona, che vi si esprime e realizza; il sindacato è al suo fianco;
  • il lavoro rimane un nodo cruciale in ambito sociale, e il sindacato è il corpo che lo rappresenta e difende;
  • nella sfera sociale è corposo il pericolo di una ulteriore dilatazione delle disuguaglianze; il sindacato è un attore che ha a cuore la giustizia sociale;
  • la tecnologia e l’economia devono avere una direzione che risponde ad obiettivi di autentico sviluppo e i valori alla radice del sindacato concorrono a definirne la rotta;
  • i cambiamenti costanti impongono una altrettanto incessante contrattazione delle condizioni di lavoro.

Una considerazione aggiuntiva riguarda il bisogno, a fronte dell’impatto capillare e possente della tecnologia, di un sovrappiù di politica e di società (due terreni connaturali al sindacato).

Più politica per evitare che la digitalizzazione sia confiscata dai grandi poteri economici e finanziari così come dagli imperi tecnologici venuti a solcare la scena mondiale per farne un moltiplicatore di profitti e di dominio. Più politica nell’adeguare il quadro legale; contrastando le disuguaglianze e attuando una equa ripartizione della ricchezza; consolidando una politica attiva dell’impiego; rafforzando il diritto del lavoro; dando corpo ad un sistema di formazione lungo tutto l’arco della vita; completando gli strumenti di sicurezza sociale.

Più società affinché lo spazio intermedio tra gli individui e lo Stato non sia svuotato dalla forza gravitazionale dell’individualismo ma sia un ricco e creativo terreno di espressione di corpi collettivi. Una società complessa ha bisogno di corpi intermedi e gruppi che raccolgano, elaborino e rappresentino le attese le aspirazioni delle persone. E’ del resto su questo terreno che germoglia e si sviluppa la solidarietà, senza la quale una comunità tende a inaridirsi.

L’altra considerazione riguarda la necessità che le forze vive del tessuto sociale si mettano in cordata. Lo impone la portata delle sfide. Sfide al plurale poiché si tratta di dare un indirizzo di bene comune alla tecnologia e di umanizzare l’economia. Ma non solo. Forse mai come in passato occorre anche battersi per un cambio di modello di sviluppo. Quello attuale, basato sulla crescita materiale illimitata, sta cozzando contro limiti invalicabili di natura ambientale e sociale. E’ indispensabile ripensare e forgiare un modello di sviluppo dove i fattori economici, sociali e ambientali siano vicendevolmente compatibili e reciprocamente fruttuosi. Un modello di sviluppo sostenibile, di ecologia integrale come afferma Papa Francesco.

La solidarietà

Da ultimo un accenno a quella che, per il sindacato, è una condizione cruciale per riuscire ad esprimere pienamente la sua immutata attualità; per contribuire al meglio al consolidamento di uno spazio sociale intermedio vivace e dinamico; per svolgere un ruolo trainante nella cordata delle forze sociali più vitali. Il sindacato deve potersi poggiare su una ravvivata solidarietà. In caso contrario il sindacato tende a ridursi ad un erogatore di servizi (pur preziosi) o a un agente rivendicativo con un’anima fragile. Si tratta perciò di riuscire a rivitalizzare la solidarietà. Nel farlo occorrerà considerare in particolare due ostacoli.

In primo luogo una ulteriore progressione dell’individualismo. La digitalizzazione tenderà a rinchiudere ancor maggiormente gli individui nel loro bozzolo illusoriamente autosufficiente e narcisistico.

Un secondo ostacolo è l’illusione che, nel campo del lavoro, il sindacato ha bisogno della solidarietà ma la solidarietà non ha bisogno del sindacato. E’ un pericolo portato alla luce dal recente movimento in Francia dei “gilets jaunes”. Grazie alle reti sociali in un batter d’occhio trecentomila persone sono confluite sulle piazze rifiutando esplicitamente qualsiasi legame con partiti o sindacati. Si è dato vita ad una mobilitazione priva di un corpo che la organizzi, che la convogli verso una causa comune, che le dia coerenza, che le conferisca una prospettiva duratura. La piazza si è affollata; una piazza è sì importante ma non sufficiente. Non si dovrebbe scordare un detto coniato niente meno che da Victor Hugo e cioè che “sovente la folla tradisce il popolo”.

Di fronte a questi freni non si tratta di sognare il ritorno al passato. Si tratta piuttosto di costruire forme di solidarietà che poggino sì sul singolo, sulla sua soggettività ma ne facciano una leva, un trampolino verso legami e impegni collettivi. Un campo dove si tratta di investire energie, di sperimentare formule nuove, di mettere – perché no? – a frutto le nuove tecnologie.

Una sfida immane

La posta in gioco è alta; la sfida è immane. 

Verso l’esterno, occorre umanizzare un’economia che ha deragliato dalla missione di incrementare in modo diffuso il benessere della popolazione. E’ pure indispensabile sottrarsi alle catene di un determinismo tecnologico che nega il primato del bene comune.

Verso l’interno è pure indispensabile riaccendere una salda solidarietà tra i lavoratori.

Un compito arduo ma alla portata dell’OCST; un compito che ne è la stessa ragion d’essere.

Per l’OCST prende avvio una nuova tappa del suo lungo cammino con lo sguardo puntato ben oltre i suoi 100 anni di storia.

 

Tra passato, presente e futuro prossimo

Renato Ricciardi - Segretario cantonale OCST

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Tra passato, presente e futuro prossimo

Il passato

Mi accingo a concludere questa mattinata di riflessione così importante. Il titolo del mio intervento è “Tra passato, presente e futuro prossimo”. Il tempo, si sa, non ammette cesure; è un flusso continuo nel quale quello che chiamiamo “oggi” diventa in un attimo “passato”. Il passato è ciò che ci costituisce come persone. Tutta la nostra memoria è nel passato. Ed è con questo bagaglio che affrontiamo il presente e ci prepariamo al futuro. Fare morire, lasciare ad impolverarsi negli archivi, momenti della storia ci priva di una parte di noi e, in fondo, di un’esperienza collettiva utile per affrontare il futuro.

Per questo ci impegniamo a non far morire quanto riceviamo in eredità dai nostri predecessori: dobbiamo comprenderlo e accoglierlo. Dobbiamo riappropriarci nuovamente di quello che ci hanno trasmesso investendo le nostre energie su quanto abbiamo ricevuto, non come mera ripetizione dell’identico. In un tempo, come il nostro, smemorato, accogliere l’eredità dei padri significa rinnovare la capacità di memoria. Fare memoria, dunque, non per nostalgia ma per risvegliare il desiderio. Bisogna riguadagnare e possedere, personalizzandolo, il senso del loro operato e il desiderio che li guidava per mantenere vivo e rendere comprensibile agli uomini del nostro tempo quanto hanno costruito.

I valori e i principi dei quali persone come Mons. Del-Pietro e di molti altri che lo hanno seguito si sono fatti portatori, devono essere cioè riconquistati. I testi di Del-Pietro sono ancora capaci di far comprendere il senso del nostro lavoro e suscitare il desiderio di giustizia al quale ha dedicato una vita.

Valori come la solidarietà, la sussidiarietà e il bene comune, la centralità della persona sono attuali anche oggi, perché sono costitutivi della vita sociale in tutti i tempi. La riconquista di questi valori nella concretezza del mercato del lavoro è il nostro impegno quotidiano. Spesso ci troviamo a dire che “non è più come allora”, che il mondo di oggi è individualista, che le persone non sono più capaci di gesti solidali e di impegnarsi per il bene di tutti. Poi ci guardiamo indietro e scopriamo che i nostri predecessori hanno dovuto affrontare le stesse difficoltà. Perché i valori vanno costantemente riconquistati perché sono l’anima dei gesti che compiamo ogni giorno.

Il sindacato OCST è nato dalle ceneri di un’Europa distrutta dalla Prima guerra mondiale, ha iniziato il suo coraggioso sviluppo, grazie all’impegno di Del-Pietro, con la crisi del ’29. Ha affrontato le dittature fasciste e la Seconda guerra mondiale, ha affrontato le prime rivoluzioni tecnologiche, le crisi degli anni Settanta e Novanta. In ogni momento ha difeso la dignità dei lavoratori, di tutti, donne e uomini, giovani e anziani, forti e deboli, costituendo una comunità di lavoratori, esercitando la sua funzione di rappresentanza, nocciolo della democrazia.

La nostra storia, che pur procede in continuità, ha vissuto dei momenti di forte riflessione che sono stati capaci di rilanciare l’attività. Penso per esempio al congresso del 1987. È il Congresso del rinnovamento nella continuità. Si traccia il futuro dell’OCST. Il documento congressuale parla di sindacato “movimento”, “un insieme di persone unite da un’esperienza, da un quadro comune di valori etici ai quali orientare le scelte concrete e da un progetto di società”. E ancora: “Essere movimento significa aiutare i soci ad “essere anzitutto uomini, fratelli, amici” a vivere “una pratica di solidarietà che fa superare le gelosie” a “costruire, attraverso la solidarietà, una barriera contro le ingiustizie”, ad acquisire “una coscienza sociale” e la convinzione che l’OCST non è “qualcosa che altri fabbricano per loro” ma è costruita “da loro, con loro e per loro”.

Quel documento congressuale rimarrà a lungo un riferimento per l’azione del sindacato e accompagnerà la crescita del ruolo dell’OCST nella società ticinese. Da quegli orientamenti nasceranno e si svilupperanno numerose iniziative per esempio nel campo della ridistribuzione e del sostegno dei redditi, in particolare delle famiglie, dell’occupazione, della formazione professionale, dell’alloggio. Oltre alla valorizzazione della contrattazione collettiva per dare senso e forza alla rappresentanza dei lavoratori.

Ribadendo l’attualità della dottrina sociale cristiana, nel documento approvato dal Congresso si dichiara che “quanto più il nostro movimento sindacale rimarrà fedele alla sua ispirazione cristiana, tanto più la nostra azione sarà creatrice, rinnovatrice, sorprendentemente giovane”.

La via aperta allora continuerà fino ad oggi attenta a leggere i bisogni dei lavoratori, promuovendo nuovi servizi per i nostri associati e realizzando il progetto di una formazione culturale dei sindacalisti e dei delegati, vera scommessa per il presente e il futuro del sindacato, come ci ha insegnato Mons. Franco Biffi. Di questa passione per lo studio trasuda ancora oggi il suo saggio introduttivo al volume “Una vita per la giustizia”, l’antologia di oltre duecento scritti di Mons. Del-Pietro che abbiamo rieditato nel 2017.

Anno dopo anno, congresso dopo congresso è sul piano della rappresentanza dei lavoratori e del confronto sociale e nella contrattazione che il sindacato si impegna e si distingue. In questi anni di lotta l’OCST non ha mancato di denunciare le derive e gli abusi assumendosi anche la responsabilità di prendere posizione, di implicarsi nei temi più delicati - sia nelle relazioni con i datori di lavoro, sia sul piano politico.

La rappresentanza e la contrattazione diventano così gli strumenti per cambiare la condizione di chi vive i disagi maggiori nell’odierno mondo del lavoro, ma anche per creare solidarietà tra chi sta meglio verso chi sta peggio.

La fine del secolo scorso ha vissuto un rafforzarsi di quella deriva dell’economia che ha dimenticato il benessere della persona e il bene della comunità e ha imposto l’individualismo nelle aziende. Il sindacato OCST ha denunciato lo strapotere della finanza che ha portato alla crisi dei primi anni del Ventunesimo secolo ricordando che la crescita economica è fatta innanzitutto di persone e di economia reale.

Il Programma d’azione del Congresso del 2016 “Persone al lavoro. Per un’economia che valorizzi il lavoro” ci porta nel futuro prossimo.

Il futuro prossimo

Siamo immersi nel percorso che ci traccia anche l’Organizzazione internazionale del lavoro, che pure festeggia i suoi 100 anni di vita: “Lavorare per costruire un futuro migliore”.

Non poteva esserci tema più appropriato per lanciarci verso le sfide che ci attendono, verso il nostro Congresso del prossimo anno e gli avvicendamenti e gli assestamenti organizzativi che dovremo affrontare.

I temi che ci hanno occupato sono molti: la flessibilità a senso unico e la precarietà, la produttività del lavoro e l’innovazione tecnologica, la disoccupazione e il sostegno al lavoro, il reddito e le disparità che rimangono, le esigenze del lavoro e quelle della vita familiare, il riposo e la salute.

La nostra economia ha privato troppe lavoratrici e troppi lavoratori della sicurezza necessaria per vivere serenamente il presente e per pensare con fiducia al futuro. Nel fare questo ha caricato sulle spalle della collettività i costi del disagio economico e sociale e della salute. Ha privato inoltre l’economia di una fetta importante di consumatori togliendole lo spunto necessario per generare una crescita salda e duratura.

Le proposte del sindacato si fondano sulla convinzione che la contrattazione porta valore all’impresa e che la deregolamentazione selvaggia e l’incertezza, travestita da fluidità e libertà, che per molti plasmeranno il futuro del mercato del lavoro, non sono la risposta alle nuove esigenze e sono estremamente nocive all’equilibrio del mercato del lavoro e della società.

I cambiamenti epocali a cui stiamo assistendo per molti aspetti ripropongono uno schema già visto: il lavoro dell’uomo sarà in parte sostituito, certamente facilitato, dalla tecnologia. Sul lungo termine l’aumento di produttività non crea necessariamente una riduzione del lavoro. Siamo convinti che la necessità di realizzarsi tramite il lavoro genera nuove forme di impegno, nuove opportunità, nuovi prodotti, risposte nuove ai bisogni.

Nel breve termine tuttavia una parte dei lavoratori rischia di perdere il proprio impiego e non è più in grado di rientrare nel mercato del lavoro. Non è un fenomeno nuovo: ma cosa ne è dei lavoratori poco qualificati che perdono l’impiego per l’introduzione di un processo di automazione nel proprio lavoro? Sono sacrificabili sull’altare del progresso tecnologico? La questione si ripropone oggi con lo stesso schema.

Secondo noi è necessario trovare una via che consenta a queste persone, in particolare quelle più anziane, di essere reintegrate nel mondo del lavoro. La via principale è la formazione sulla quale investire in maniera mirata per tutta la carriera lavorativa e sulla quale impegnarsi intensamente nelle fasi di transizione per reperire nuove opportunità effettivamente accessibili e adeguate alla propria situazione formativa ed esperienziale. Una buona formazione continua può evitare licenziamenti ed esclusione dal mercato del lavoro. Ma occorreranno anche i necessari adattamenti della legislazione in materia di assicurazioni sociali.

La domanda che emerge è fino a che punto arriveremo? Fino a che punto cioè decideremo che le macchine ci debbano sostituire. Fino a che punto delegheremo i nostri compiti alle macchine, fino a che punto consentiremo alle macchine di carpire e conservare informazioni su di noi. Affideremo alle macchine solo le attività faticose e noiose? O ci spingeremo più in là? Fino a che punto consentiremo alle imprese che in questi anni hanno raccolto dati su di noi di controllare le nostre vite.

Non c’è una risposta scontata a queste domande perché quello che succederà dipende da una decisione che prenderemo come società, come comunità.

Sono certo che il nostro destino non sarà quello di farci sostituire completamente dalle macchine. L’uomo è fatto per lavorare, per quanto il lavoro sia faticoso, perché è nel lavoro che emerge la creatività e l’intelligenza. È nel lavoro che l’essere umano si realizza.

Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada a nuove opportunità, ma anche a nuovi problemi. Società internazionali creano degli strumenti che rendono più immediato il passaggio tra domanda e offerta di lavoro, di alloggi, di trasporti, di vacanze, e chi più ne ha più ne metta. Questi strumenti, dall’evidente praticità e necessari nell’ottica di un’economia circolare, operano in un limbo che è ancora poco regolato dalle diverse legislazioni nazionali e aprono lo spazio a enormi sacche di lavoro nero, non assicurato, o protetto, oltre che in concorrenza con il mercato del lavoro ufficiale.

Su questi ambiti è necessario intervenire aggiornando la legislazione sul lavoro, migliorando i controlli, informando le lavoratrici e i lavoratori dei loro diritti, ma soprattutto proteggendoli dalla disperazione che spinge ad accettare il lavoro a qualunque condizione. Il sindacato ha sempre di più il compito di rappresentare e difendere questi bisogni delle persone e dare un’alternativa alla solitudine.

La tecnologia consente una maggiore flessibilità, ma bisogna, e come sindacato abbiamo spesso denunciato questa deriva, prestare attenzione che la flessibilità non sfoci nella precarietà e che il lavoratore possa avere il controllo del tempo di lavoro. Perché, anche se il mondo sta notevolmente cambiando, una certezza comunque ci rimane: che tutti anche in futuro avranno bisogno di una casa, e del necessario per vivere e mantenere la propria famiglia tutti i giorni. Avranno bisogno di stabilità. L’obiettivo dell’OCST in questo ambito è di lavorare con la parte padronale per trovare soluzioni concrete che garantiscano alle lavoratrici e ai lavoratori la sicurezza per il futuro e un sano equilibrio tra la vita professionale e la vita privata. Chi lavora deve ottenere una contropartita per la maggiore disponibilità che offre e per la minore sicurezza che ottiene.

Il lavoro del futuro sarà influenzato, come oggi, dalle leggi e dai trattati internazionali. E la discussione sulle misure di accompagnamento alla libera circolazione nell’ambito delle trattative sull’Accordo-quadro istituzionale con l’Unione europea, lascerà il segno sulla salute del mercato del lavoro svizzero ed in particolare ticinese. Il nostro sindacato ha detto la sua: non si può prescindere dalle misure di accompagnamento che anzi dovrebbero essere rimodulate e rafforzate nell’ottica di favorire la contrattazione collettiva. Ora ne attendiamo gli esiti.

Abbiamo cercato di richiamare quanto sia decisiva la responsabilità individuale e collettiva nel plasmare il futuro del lavoro. Perché non c’è tendenza economica, come per esempio la flessibilità, o nuova tecnologia, che sia ineluttabile e che non sia orientata dalle decisioni che prendiamo come singoli e come comunità. Non perdiamo questa possibilità.

Con la pungente analisi che ormai conosciamo, Papa Francesco nel discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, il 6 maggio 2016, aveva dichiarato come “la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro (…) per tutti”” (Benedetto XVI Caritas in Veritate, 32).

“Questo passaggio (da un’economia liquida a un’economia sociale) – conclude il Papa – non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e di inclusione (“quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale”), ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è culla e sorgente”.

 

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Mondo del lavoro, i nodi - 13 maggio 2019 - LR>>

Lavoro... Il ruolo del sindacato tra lotta e dialogo -13 maggio 2019 - CdT>>

 

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