Meinrado Robbiani - Segretario cantonale OCST dal 1987 al 2016

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Nel guado tra la terza e la quarta rivoluzione industriale

Introduzione

Quello che l’OCST festeggia è qualcosa di più di una ricorrenza a carattere commemorativo.

100 anni di impegno sul fronte del lavoro e della giustizia sociale legittimano innegabilmente soddisfazione ed anche fierezza; meritano l’evento festoso di oggi così come le iniziative rievocative in agenda.

Il momento nel quale viene a cadere conferisce però a questo anniversario una portata, che ingloba sì la dimensione commemorativa, ma la oltrepassa tangibilmente.

Usando una terminologia che ha il difetto di privilegiare l’aspetto tecnologico ma che possiede il pregio dell’espressività e della sintesi, questo anniversario si colloca infatti nella fase di passaggio dalla terza rivoluzione industriale alla quarta. Una fase cruciale che gli attribuisce uno spessore più denso.

Tra la terza e la quarta rivoluzione industriale

Il periodo della terza rivoluzione industriale - periodo di affermazione dell’informatica e delle sue diramazioni - ha coinciso con trasformazioni epocali quali in particolare:

  • una globalizzazione senza regole, che ha consentito ai grandi poteri di colonizzare il mercato mondiale ma che, dissolvendo lo spazio nazionale come area di riferimento per il cammino dell’economia, ha nel contempo esposto le PMI ad una concorrenza devastante scaricatasi immancabilmente sui lavoratori;
  • un settore finanziario che, tradendo la sua missione originale (raccogliere il risparmio e convogliarlo verso investimenti creatori di ricchezza), si è buttato a capofitto verso attività speculative che hanno contagiato la stessa economia reale trascinandola del resto in crisi che stiamo tuttora pagando;
  • l’entrata in scena delle nuove tecnologie che oltre ad avere favorito la globalizzazione si sono incuneate in ogni spiraglio della vita economica e sociale modificando tra l’altro la natura del lavoro e la sua organizzazione;
  • l’avanzata del settore dei servizi che non solo ha sorpassato il settore secondario ma vi si è anche incuneato con attività che stanno a monte e a vale della produzione in senso stretto;
  • nel nostro contesto territoriale, il varo di una gestione dell’immigrazione improntata alla libera circolazione della manodopera che ha portato alla luce un carente ordinamento legale a protezione dei lavoratori in rapporto al nuovo regime migratorio.

Il lavoro ne è uscito scosso ed anche sfregiato. Si è frammentato in vari statuti, molti dei quali - in nome di una flessibilità a senso unico - a carattere precario; la disoccupazione è diventata una piaga cronica; una pressione asfissiante sui salari ne ha decretato una stagnazione prolungata; i ritmi e i carichi di lavoro sono esplosi.

Le lacerazioni del lavoro si sono immancabilmente trasmesse alla sfera sociale, contaminata da una diffusa insicurezza, da disuguaglianze urtanti, da una povertà che nemmeno l’esercizio di un’attività professionale riesce sempre a scongiurare (working poor).

Non è che tra le nubi che hanno oscurato il lavoro non si sia aperta anche qualche chiazza di sereno. Numerose attività si collocano nel campo della conoscenza, dove le competenze del lavoratore trovano un fertile e ricettivo terreno di affermazione; molti servizi ruotano attorno ad una relazione diretta tra lavoratore e utente che arricchisce l’attività lavorativa di uno spessore umano inedito. Sono spiragli promettenti che sovente cozzano tuttavia ancora contro un’organizzazione del lavoro che li inibisce.

La quarta rivoluzione industriale propone un ulteriore imponente salto tecnologico, trainato dalla digitalizzazione nelle sue variegate declinazioni: intelligenza artificiale, robotica, big data, internet delle cose, stampa additiva, bioingegneria… Un balzo della tecnologia che modificherà in profondità il modo di lavorare, di vivere, di comunicare, di organizzare la vita collettiva.

Si apriranno opportunità affascinanti ma anche pericoli di asservimento e di arretramento sociale. Non è casuale che, per quanto riguarda il lavoro, già si intravvede lo spettro di una significativa cancellazione di impieghi, dell’incremento di forme precarie di lavoro, dell’incursione massiccia del tempo lavorativo in quello libero, di forme sofisticate di controllo sui lavoratori. In ambito sociale già si prospetta e si teme un’ulteriore accentuazione delle disuguaglianze. Non è fortuito che viene avanzata sempre più sovente l’ipotesi di un reddito universale di cittadinanza; un’idea che si arrende inaccettabilmente ad una ripartizione iniqua del lavoro e della ricchezza.

Una duplice direzione di riflessione

Quello che ricordiamo oggi è perciò un anniversario che incita

  • da un lato, partendo dagli imponenti cambiamenti prodottisi negli scorsi decenni, a vagliare le risposte messe in atto dal sindacato. E non sono poche (nel campo contrattuale, in quello del mercato del lavoro, nei servizi ai lavoratori, sul terreno politico e legislativo); risposte che offrono spunti e indicazioni preziose per incamminarsi verso il futuro e affrontarlo più attrezzati;
  • dall’altro, a tentare di intuire e decifrare gli ulteriori cambiamenti che trasformeranno il mondo del lavoro e la stessa sfera sociale, per abbozzare sin d’ora la futura direzione di marcia.

Impossibile mettere mano ad un simile esercizio in questa sede. Mi limiterò perciò ad alcuni cenni puntuali, forzatamente incompleti e di carattere generale, prendendo spunto da una annotazione che mi è balzata all’occhio in una recente pubblicazione di un noto studioso (Yuval Noah Harari, “21 lezioni per il XXI secolo”). Vi afferma grosso modo che:

“I filosofi sono persone molto pazienti, gli ingegneri lo sono assai meno, gli investitori per nulla”

Dalla parte dei filosofi

I filosofi sono pazienti perché hanno uno sguardo sulle cose che, in orizzontale, spazia su un arco temporale esteso e, in verticale, mira a sondarne le radici. Sono infatti alla ricerca del senso autentico e duraturo delle cose, ben al di là delle loro increspature e mutazioni di superficie.

Di fronte alle odierne prospettive tecnologiche, il sindacato non po' che riconoscersi simbolicamente nei filosofi e stare dalla loro parte. Innestato su valori etici intramontabili non può che schierarsi con chi intende dare un senso al cammino della tecnologia e dell’economia, imprimendo loro una direzione di marcia orientata alla crescita del bene comune, ad un benessere diffuso.

Accostando gli ingegneri

Gli ingegneri sono assai meno pazienti. Sono presi nell’ingranaggio di una progressione incalzante e rapida della tecnologia; una sorta di moto perpetuo, che si impone come ineluttabile nei suoi ritmi e nei suoi indirizzi. La debole pazienza degli ingegneri li rende complici di un determinismo tecnologico che evita di porsi interrogativi, soprattutto se etici o sociali.

Il sindacato chiede al contrario che non sia la tecnologia a dettare ritmi e direzione; che la tecnologia sia ricondotta alla sua natura di strumento al servizio delle persone, dei lavoratori, della comunità. Da questo profilo, nel cantiere della digitalizzazione il sindacato deve rivendicare un ruolo partecipe. Si tratta, nel suo campo specifico, di partecipare a riprogettare in particolare il rapporto uomo-macchina affinché la tecnologia sia un complemento, un rafforzamento dell’azione dell’uomo e non un suo sostituto. Si tratta anche di riprogettare l’organizzazione del lavoro facendo in modo che le potenzialità della tecnologia si congiungano armoniosamente con l’apporto creativo dei lavoratori.

Contrastando gli investitori

Gli investitori non hanno pazienza. Perseguono i massimi rendimenti nel minor tempo. Più che il destino di lungo termine dell’impresa, al quale il lavoro concorre in modo decisivo, a contare è il rendimento immediato, che è frutto di alchimie finanziarie più che di valorizzazione del lavoro.

Il confronto e lo scontro tra il capitale e il lavoro, già acuitosi negli scorsi decenni, tenderanno ad aggravarsi ulteriormente. La digitalizzazione vi aggiungerà del suo. Consoliderà forme di impresa sfuggenti ad una regolamentazione negoziata (si pensi alle piattaforme, all’uberizzazione del lavoro). Tenderà inoltre a lievitare il rischio che i lavoratori vivano di transazioni discontinue - e perciò precarie - con le imprese invece che di una relazione stabile e duratura (ciò che renderà d’altronde più ardua l’aggregazione e mobilitazione dei lavoratori). Tutto questo in contrasto con una accresciuta necessità di regolare le condizioni lavorative anche con norme nuove norme riguardanti aspetti quali: gestione del tempo di lavoro, tutela della privacy, formazione continua, conciliazione lavoro-famiglia, tutela della salute, partecipazione alla vita dell’impresa… Ci si dovrà battere affinché le imprese siano sì innovative ma grazie in primo luogo alla valorizzazione delle competenze dei lavoratori; siano sì aperte al mercato internazionale ma con una forte identità territoriale e in dialogo con le istituzioni locali.

Attualità del sindacato

Malgrado la loro brevità, questi cenni avvalorano una costatazione ed un paio di considerazioni aggiuntive.

In primo luogo confermano l’attualità del sindacato. E’ di invariata attualità poiché:

  • il lavoro rimane decisivo per la persona, che vi si esprime e realizza; il sindacato è al suo fianco;
  • il lavoro rimane un nodo cruciale in ambito sociale, e il sindacato è il corpo che lo rappresenta e difende;
  • nella sfera sociale è corposo il pericolo di una ulteriore dilatazione delle disuguaglianze; il sindacato è un attore che ha a cuore la giustizia sociale;
  • la tecnologia e l’economia devono avere una direzione che risponde ad obiettivi di autentico sviluppo e i valori alla radice del sindacato concorrono a definirne la rotta;
  • i cambiamenti costanti impongono una altrettanto incessante contrattazione delle condizioni di lavoro.

Una considerazione aggiuntiva riguarda il bisogno, a fronte dell’impatto capillare e possente della tecnologia, di un sovrappiù di politica e di società (due terreni connaturali al sindacato).

Più politica per evitare che la digitalizzazione sia confiscata dai grandi poteri economici e finanziari così come dagli imperi tecnologici venuti a solcare la scena mondiale per farne un moltiplicatore di profitti e di dominio. Più politica nell’adeguare il quadro legale; contrastando le disuguaglianze e attuando una equa ripartizione della ricchezza; consolidando una politica attiva dell’impiego; rafforzando il diritto del lavoro; dando corpo ad un sistema di formazione lungo tutto l’arco della vita; completando gli strumenti di sicurezza sociale.

Più società affinché lo spazio intermedio tra gli individui e lo Stato non sia svuotato dalla forza gravitazionale dell’individualismo ma sia un ricco e creativo terreno di espressione di corpi collettivi. Una società complessa ha bisogno di corpi intermedi e gruppi che raccolgano, elaborino e rappresentino le attese le aspirazioni delle persone. E’ del resto su questo terreno che germoglia e si sviluppa la solidarietà, senza la quale una comunità tende a inaridirsi.

L’altra considerazione riguarda la necessità che le forze vive del tessuto sociale si mettano in cordata. Lo impone la portata delle sfide. Sfide al plurale poiché si tratta di dare un indirizzo di bene comune alla tecnologia e di umanizzare l’economia. Ma non solo. Forse mai come in passato occorre anche battersi per un cambio di modello di sviluppo. Quello attuale, basato sulla crescita materiale illimitata, sta cozzando contro limiti invalicabili di natura ambientale e sociale. E’ indispensabile ripensare e forgiare un modello di sviluppo dove i fattori economici, sociali e ambientali siano vicendevolmente compatibili e reciprocamente fruttuosi. Un modello di sviluppo sostenibile, di ecologia integrale come afferma Papa Francesco.

La solidarietà

Da ultimo un accenno a quella che, per il sindacato, è una condizione cruciale per riuscire ad esprimere pienamente la sua immutata attualità; per contribuire al meglio al consolidamento di uno spazio sociale intermedio vivace e dinamico; per svolgere un ruolo trainante nella cordata delle forze sociali più vitali. Il sindacato deve potersi poggiare su una ravvivata solidarietà. In caso contrario il sindacato tende a ridursi ad un erogatore di servizi (pur preziosi) o a un agente rivendicativo con un’anima fragile. Si tratta perciò di riuscire a rivitalizzare la solidarietà. Nel farlo occorrerà considerare in particolare due ostacoli.

In primo luogo una ulteriore progressione dell’individualismo. La digitalizzazione tenderà a rinchiudere ancor maggiormente gli individui nel loro bozzolo illusoriamente autosufficiente e narcisistico.

Un secondo ostacolo è l’illusione che, nel campo del lavoro, il sindacato ha bisogno della solidarietà ma la solidarietà non ha bisogno del sindacato. E’ un pericolo portato alla luce dal recente movimento in Francia dei “gilets jaunes”. Grazie alle reti sociali in un batter d’occhio trecentomila persone sono confluite sulle piazze rifiutando esplicitamente qualsiasi legame con partiti o sindacati. Si è dato vita ad una mobilitazione priva di un corpo che la organizzi, che la convogli verso una causa comune, che le dia coerenza, che le conferisca una prospettiva duratura. La piazza si è affollata; una piazza è sì importante ma non sufficiente. Non si dovrebbe scordare un detto coniato niente meno che da Victor Hugo e cioè che “sovente la folla tradisce il popolo”.

Di fronte a questi freni non si tratta di sognare il ritorno al passato. Si tratta piuttosto di costruire forme di solidarietà che poggino sì sul singolo, sulla sua soggettività ma ne facciano una leva, un trampolino verso legami e impegni collettivi. Un campo dove si tratta di investire energie, di sperimentare formule nuove, di mettere – perché no? – a frutto le nuove tecnologie.

Una sfida immane

La posta in gioco è alta; la sfida è immane. 

Verso l’esterno, occorre umanizzare un’economia che ha deragliato dalla missione di incrementare in modo diffuso il benessere della popolazione. E’ pure indispensabile sottrarsi alle catene di un determinismo tecnologico che nega il primato del bene comune.

Verso l’interno è pure indispensabile riaccendere una salda solidarietà tra i lavoratori.

Un compito arduo ma alla portata dell’OCST; un compito che ne è la stessa ragion d’essere.

Per l’OCST prende avvio una nuova tappa del suo lungo cammino con lo sguardo puntato ben oltre i suoi 100 anni di storia.