Renato Ricciardi - Segretario cantonale OCST

Centenario sindacato Organizzazione Cristiano Sociale Ticinese, Castelgrande Bellinzona, 11 maggio 2019

Tra passato, presente e futuro prossimo

Il passato

Mi accingo a concludere questa mattinata di riflessione così importante. Il titolo del mio intervento è “Tra passato, presente e futuro prossimo”. Il tempo, si sa, non ammette cesure; è un flusso continuo nel quale quello che chiamiamo “oggi” diventa in un attimo “passato”. Il passato è ciò che ci costituisce come persone. Tutta la nostra memoria è nel passato. Ed è con questo bagaglio che affrontiamo il presente e ci prepariamo al futuro. Fare morire, lasciare ad impolverarsi negli archivi, momenti della storia ci priva di una parte di noi e, in fondo, di un’esperienza collettiva utile per affrontare il futuro.

Per questo ci impegniamo a non far morire quanto riceviamo in eredità dai nostri predecessori: dobbiamo comprenderlo e accoglierlo. Dobbiamo riappropriarci nuovamente di quello che ci hanno trasmesso investendo le nostre energie su quanto abbiamo ricevuto, non come mera ripetizione dell’identico. In un tempo, come il nostro, smemorato, accogliere l’eredità dei padri significa rinnovare la capacità di memoria. Fare memoria, dunque, non per nostalgia ma per risvegliare il desiderio. Bisogna riguadagnare e possedere, personalizzandolo, il senso del loro operato e il desiderio che li guidava per mantenere vivo e rendere comprensibile agli uomini del nostro tempo quanto hanno costruito.

I valori e i principi dei quali persone come Mons. Del-Pietro e di molti altri che lo hanno seguito si sono fatti portatori, devono essere cioè riconquistati. I testi di Del-Pietro sono ancora capaci di far comprendere il senso del nostro lavoro e suscitare il desiderio di giustizia al quale ha dedicato una vita.

Valori come la solidarietà, la sussidiarietà e il bene comune, la centralità della persona sono attuali anche oggi, perché sono costitutivi della vita sociale in tutti i tempi. La riconquista di questi valori nella concretezza del mercato del lavoro è il nostro impegno quotidiano. Spesso ci troviamo a dire che “non è più come allora”, che il mondo di oggi è individualista, che le persone non sono più capaci di gesti solidali e di impegnarsi per il bene di tutti. Poi ci guardiamo indietro e scopriamo che i nostri predecessori hanno dovuto affrontare le stesse difficoltà. Perché i valori vanno costantemente riconquistati perché sono l’anima dei gesti che compiamo ogni giorno.

Il sindacato OCST è nato dalle ceneri di un’Europa distrutta dalla Prima guerra mondiale, ha iniziato il suo coraggioso sviluppo, grazie all’impegno di Del-Pietro, con la crisi del ’29. Ha affrontato le dittature fasciste e la Seconda guerra mondiale, ha affrontato le prime rivoluzioni tecnologiche, le crisi degli anni Settanta e Novanta. In ogni momento ha difeso la dignità dei lavoratori, di tutti, donne e uomini, giovani e anziani, forti e deboli, costituendo una comunità di lavoratori, esercitando la sua funzione di rappresentanza, nocciolo della democrazia.

La nostra storia, che pur procede in continuità, ha vissuto dei momenti di forte riflessione che sono stati capaci di rilanciare l’attività. Penso per esempio al congresso del 1987. È il Congresso del rinnovamento nella continuità. Si traccia il futuro dell’OCST. Il documento congressuale parla di sindacato “movimento”, “un insieme di persone unite da un’esperienza, da un quadro comune di valori etici ai quali orientare le scelte concrete e da un progetto di società”. E ancora: “Essere movimento significa aiutare i soci ad “essere anzitutto uomini, fratelli, amici” a vivere “una pratica di solidarietà che fa superare le gelosie” a “costruire, attraverso la solidarietà, una barriera contro le ingiustizie”, ad acquisire “una coscienza sociale” e la convinzione che l’OCST non è “qualcosa che altri fabbricano per loro” ma è costruita “da loro, con loro e per loro”.

Quel documento congressuale rimarrà a lungo un riferimento per l’azione del sindacato e accompagnerà la crescita del ruolo dell’OCST nella società ticinese. Da quegli orientamenti nasceranno e si svilupperanno numerose iniziative per esempio nel campo della ridistribuzione e del sostegno dei redditi, in particolare delle famiglie, dell’occupazione, della formazione professionale, dell’alloggio. Oltre alla valorizzazione della contrattazione collettiva per dare senso e forza alla rappresentanza dei lavoratori.

Ribadendo l’attualità della dottrina sociale cristiana, nel documento approvato dal Congresso si dichiara che “quanto più il nostro movimento sindacale rimarrà fedele alla sua ispirazione cristiana, tanto più la nostra azione sarà creatrice, rinnovatrice, sorprendentemente giovane”.

La via aperta allora continuerà fino ad oggi attenta a leggere i bisogni dei lavoratori, promuovendo nuovi servizi per i nostri associati e realizzando il progetto di una formazione culturale dei sindacalisti e dei delegati, vera scommessa per il presente e il futuro del sindacato, come ci ha insegnato Mons. Franco Biffi. Di questa passione per lo studio trasuda ancora oggi il suo saggio introduttivo al volume “Una vita per la giustizia”, l’antologia di oltre duecento scritti di Mons. Del-Pietro che abbiamo rieditato nel 2017.

Anno dopo anno, congresso dopo congresso è sul piano della rappresentanza dei lavoratori e del confronto sociale e nella contrattazione che il sindacato si impegna e si distingue. In questi anni di lotta l’OCST non ha mancato di denunciare le derive e gli abusi assumendosi anche la responsabilità di prendere posizione, di implicarsi nei temi più delicati - sia nelle relazioni con i datori di lavoro, sia sul piano politico.

La rappresentanza e la contrattazione diventano così gli strumenti per cambiare la condizione di chi vive i disagi maggiori nell’odierno mondo del lavoro, ma anche per creare solidarietà tra chi sta meglio verso chi sta peggio.

La fine del secolo scorso ha vissuto un rafforzarsi di quella deriva dell’economia che ha dimenticato il benessere della persona e il bene della comunità e ha imposto l’individualismo nelle aziende. Il sindacato OCST ha denunciato lo strapotere della finanza che ha portato alla crisi dei primi anni del Ventunesimo secolo ricordando che la crescita economica è fatta innanzitutto di persone e di economia reale.

Il Programma d’azione del Congresso del 2016 “Persone al lavoro. Per un’economia che valorizzi il lavoro” ci porta nel futuro prossimo.

Il futuro prossimo

Siamo immersi nel percorso che ci traccia anche l’Organizzazione internazionale del lavoro, che pure festeggia i suoi 100 anni di vita: “Lavorare per costruire un futuro migliore”.

Non poteva esserci tema più appropriato per lanciarci verso le sfide che ci attendono, verso il nostro Congresso del prossimo anno e gli avvicendamenti e gli assestamenti organizzativi che dovremo affrontare.

I temi che ci hanno occupato sono molti: la flessibilità a senso unico e la precarietà, la produttività del lavoro e l’innovazione tecnologica, la disoccupazione e il sostegno al lavoro, il reddito e le disparità che rimangono, le esigenze del lavoro e quelle della vita familiare, il riposo e la salute.

La nostra economia ha privato troppe lavoratrici e troppi lavoratori della sicurezza necessaria per vivere serenamente il presente e per pensare con fiducia al futuro. Nel fare questo ha caricato sulle spalle della collettività i costi del disagio economico e sociale e della salute. Ha privato inoltre l’economia di una fetta importante di consumatori togliendole lo spunto necessario per generare una crescita salda e duratura.

Le proposte del sindacato si fondano sulla convinzione che la contrattazione porta valore all’impresa e che la deregolamentazione selvaggia e l’incertezza, travestita da fluidità e libertà, che per molti plasmeranno il futuro del mercato del lavoro, non sono la risposta alle nuove esigenze e sono estremamente nocive all’equilibrio del mercato del lavoro e della società.

I cambiamenti epocali a cui stiamo assistendo per molti aspetti ripropongono uno schema già visto: il lavoro dell’uomo sarà in parte sostituito, certamente facilitato, dalla tecnologia. Sul lungo termine l’aumento di produttività non crea necessariamente una riduzione del lavoro. Siamo convinti che la necessità di realizzarsi tramite il lavoro genera nuove forme di impegno, nuove opportunità, nuovi prodotti, risposte nuove ai bisogni.

Nel breve termine tuttavia una parte dei lavoratori rischia di perdere il proprio impiego e non è più in grado di rientrare nel mercato del lavoro. Non è un fenomeno nuovo: ma cosa ne è dei lavoratori poco qualificati che perdono l’impiego per l’introduzione di un processo di automazione nel proprio lavoro? Sono sacrificabili sull’altare del progresso tecnologico? La questione si ripropone oggi con lo stesso schema.

Secondo noi è necessario trovare una via che consenta a queste persone, in particolare quelle più anziane, di essere reintegrate nel mondo del lavoro. La via principale è la formazione sulla quale investire in maniera mirata per tutta la carriera lavorativa e sulla quale impegnarsi intensamente nelle fasi di transizione per reperire nuove opportunità effettivamente accessibili e adeguate alla propria situazione formativa ed esperienziale. Una buona formazione continua può evitare licenziamenti ed esclusione dal mercato del lavoro. Ma occorreranno anche i necessari adattamenti della legislazione in materia di assicurazioni sociali.

La domanda che emerge è fino a che punto arriveremo? Fino a che punto cioè decideremo che le macchine ci debbano sostituire. Fino a che punto delegheremo i nostri compiti alle macchine, fino a che punto consentiremo alle macchine di carpire e conservare informazioni su di noi. Affideremo alle macchine solo le attività faticose e noiose? O ci spingeremo più in là? Fino a che punto consentiremo alle imprese che in questi anni hanno raccolto dati su di noi di controllare le nostre vite.

Non c’è una risposta scontata a queste domande perché quello che succederà dipende da una decisione che prenderemo come società, come comunità.

Sono certo che il nostro destino non sarà quello di farci sostituire completamente dalle macchine. L’uomo è fatto per lavorare, per quanto il lavoro sia faticoso, perché è nel lavoro che emerge la creatività e l’intelligenza. È nel lavoro che l’essere umano si realizza.

Le nuove tecnologie hanno anche aperto la strada a nuove opportunità, ma anche a nuovi problemi. Società internazionali creano degli strumenti che rendono più immediato il passaggio tra domanda e offerta di lavoro, di alloggi, di trasporti, di vacanze, e chi più ne ha più ne metta. Questi strumenti, dall’evidente praticità e necessari nell’ottica di un’economia circolare, operano in un limbo che è ancora poco regolato dalle diverse legislazioni nazionali e aprono lo spazio a enormi sacche di lavoro nero, non assicurato, o protetto, oltre che in concorrenza con il mercato del lavoro ufficiale.

Su questi ambiti è necessario intervenire aggiornando la legislazione sul lavoro, migliorando i controlli, informando le lavoratrici e i lavoratori dei loro diritti, ma soprattutto proteggendoli dalla disperazione che spinge ad accettare il lavoro a qualunque condizione. Il sindacato ha sempre di più il compito di rappresentare e difendere questi bisogni delle persone e dare un’alternativa alla solitudine.

La tecnologia consente una maggiore flessibilità, ma bisogna, e come sindacato abbiamo spesso denunciato questa deriva, prestare attenzione che la flessibilità non sfoci nella precarietà e che il lavoratore possa avere il controllo del tempo di lavoro. Perché, anche se il mondo sta notevolmente cambiando, una certezza comunque ci rimane: che tutti anche in futuro avranno bisogno di una casa, e del necessario per vivere e mantenere la propria famiglia tutti i giorni. Avranno bisogno di stabilità. L’obiettivo dell’OCST in questo ambito è di lavorare con la parte padronale per trovare soluzioni concrete che garantiscano alle lavoratrici e ai lavoratori la sicurezza per il futuro e un sano equilibrio tra la vita professionale e la vita privata. Chi lavora deve ottenere una contropartita per la maggiore disponibilità che offre e per la minore sicurezza che ottiene.

Il lavoro del futuro sarà influenzato, come oggi, dalle leggi e dai trattati internazionali. E la discussione sulle misure di accompagnamento alla libera circolazione nell’ambito delle trattative sull’Accordo-quadro istituzionale con l’Unione europea, lascerà il segno sulla salute del mercato del lavoro svizzero ed in particolare ticinese. Il nostro sindacato ha detto la sua: non si può prescindere dalle misure di accompagnamento che anzi dovrebbero essere rimodulate e rafforzate nell’ottica di favorire la contrattazione collettiva. Ora ne attendiamo gli esiti.

Abbiamo cercato di richiamare quanto sia decisiva la responsabilità individuale e collettiva nel plasmare il futuro del lavoro. Perché non c’è tendenza economica, come per esempio la flessibilità, o nuova tecnologia, che sia ineluttabile e che non sia orientata dalle decisioni che prendiamo come singoli e come comunità. Non perdiamo questa possibilità.

Con la pungente analisi che ormai conosciamo, Papa Francesco nel discorso in occasione del conferimento del Premio Carlo Magno, il 6 maggio 2016, aveva dichiarato come “la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro (…) per tutti”” (Benedetto XVI Caritas in Veritate, 32).

“Questo passaggio (da un’economia liquida a un’economia sociale) – conclude il Papa – non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e di inclusione (“quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale”), ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è culla e sorgente”.